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Mario Giacomelli – I pretini, 1963

 

Mario Giacomelli  le scattò tra il 1962 e il 1963 a Senigallia, sua città natale. I protagonisti erano giovani seminaristi. Il fotografo aveva chiesto e ottenuto, non senza difficoltà, di poter trascorrere un anno con loro. Voleva mostrare come vivevano i ragazzi in un luogo chiuso, lontano dalle attrattive del mondo esterno, affrontando tante rinunce. «Non c’era da stupirsi: papà, ci racconta il figlio Simone, era un tragico. Tuttavia  le foto che scattava non lo soddisfacevano. Ma un giorno una nevicata cambiò tutto. Vide i ragazzi giocare felici con la neve. In quell’immagine colse quella realtà  in un modo diverso da come l’immaginava. Comprese che ci si può realizzare credendo fortemente in qualcosa, anche a costo di rinunce. Per lui, che si confrontava quotidianamente con un mondo in cui stava perdendo fiducia, fu un sollievo».

Così, pur non rispondendo a pieno alle sue aspettative, le foto dei “pretini” costituiscono uno dei lavori più importanti dell’opera di Giacomelli. Eppure lo scatto di quella serie a cui il fotografo si affezionò di più, il suo preferito e che teneva sempre con sé (in realtà un semplice provino di stampa), non è stato mai pubblicato.  «Ritraeva uno dei piccoli seminaristi, confida Simone Giacomelli, durante la prima visita del padre alcuni giorni dopo l’arrivo. Il ragazzo era in lacrime, disperato; non capiva perché fosse stato mandato lì e  implorava il genitore di riportarlo a casa. Ma l’uomo, probabilmente un contadino, un poveraccio che come tanti aveva pensato di mettere il figlio in seminario per sottrarlo alla miseria e assicurargli un futuro diverso, rimaneva impassibile, lo sguardo duro, senza un segno di amorevole compassione. Quella scena scioccò mio padre. Probabilmente la foto che scattò era quella che davvero esprimeva quanto avrebbe voluto dire. Ma alla fine non ebbe il coraggio di stamparla. Forse perché troppo intima, per rispetto verso quelle due persone in una situazione così drammatica. Chissà se quel ragazzo è poi diventato sacerdote».

Tuttavia, attraverso il racconto di questo scatto inedito, e destinato a rimanere tale, si comprende  meglio quell’Io non ho mani che mi accarezzino il viso che Giacomelli scelse come  titolo della serie di fotografie.  E in parte vi si coglie anche il rapporto che aveva con il sacro. «Un rapporto sanguigno, lo definisce il figlio, e pieno di dubbi. Papà andava a messa tutte le domeniche e aveva una fede profonda, anche se non lo dava a vedere. Orgoglioso di essere nato povero da una famiglia contadina, viveva il sacro come qualcosa che pone domande sulla vita. E lui le risposte le cercava attraverso la vita di tutti i giorni, anche nei soggetti delle sue foto».

 

Fonte: Camera con vista