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Giuseppe Capogrossi – Superficie 137, 1955

 

Più di settanta opere tracciano un percorso che, partendo da un’ arcana classicità, arriva a sondare lo spazio attraverso una sillaba dal candore tribale. Figure ataviche e figure-sigla,  sospensioni formali fibrillazioni grafiche.

 

“Serrature cabalistiche” le ha definite Giuseppe Ungaretti: sigle-stigmate, lettere di un alfabeto fatale (e fetale), chiavi o matrici d’immagine, segni che non presumono significati altri da sé: sparsi e vaganti, a prima vista indefinibili e indifferenti l’un l’altro, quasi messi lì per caso e, invece, associati in un ritmo articolato come in una composizione musicale di tema e controtema, fuga e salto, ostinazione e ripresa.
Così si presentano gli strani geroglifici che occupano le tele (le Superfici) di Giuseppe Capogrossi (Roma, 1900-1972) a partire dalla storica mostra tenuta presso la Galleria del Secolo di Roma nel 1950. Così, sempre ostinatamente uguali a se stessi fino alla fine: uguali come lo sono le tre combinazioni grafiche che sono impiegate per descrivere lo spazio (l’orizzonte, la verticale, la curva); ma senza scelte a priori, senza idee prime, quanto invece come strutture aperte, dinamiche, risonanti. Per molti si tratta di calligrammi arcaici, con tutto il loro corredo di miti e di misteri, ma basta osservare qualsiasi Superficie per accorgersi che da quell’unica matrice, da quel fecondissimo seme che è il segno di Capogrossi, prolifera e si sviluppa un campo pulsante di relazioni, di forze visive, di “vitalità fenomeniche”. Una “riserva di movimento” che fa sì che ogni parte si colleghi alle altre parti, in un gioco di infiniti concatenamenti.

 

Fonte: Artribune